PASSATORE 2026
Quanti dovrei ringraziare per quanto sto per scrivere? La lista sarebbe interminabile, ma qui mi limito a due soli destinatari, Daniele e Ludovico. Mai avrei scritto queste poche righe, infatti, senza il promemoria di stamani a Palestrina, tra l’altro in perfetta concomitanza con l’inizio dell’estate. Era da un bel po’ che non offrivo un contributo, per quanto breve, al nostro splendido sito, e stasera l’ispirazione regna sovrana. Ma non me ne voglia il webmaster se quanto sto per esprimere lo devo essenzialmente a Daniele. Corro da tanti anni, ma mai avrei pensato di raggiungere quel risultato. Tutto il resto viene ridimensionato, diviene accessorio. Coprire una simile distanza, in tempo utile e al terzo tentativo, è un traguardo inimmaginabile.
Ho sempre adorato le cose difficili, probabilmente è una cosa che mi porto appresso col nome. Per discutere la tesi di laurea scelsi il docente più impervio ma affabulante, e non a caso fu davanti al suo studio che conobbi la donna più ammaliante. Le donai la mia vita e lo rifarei senza esitazioni. Ma il Passatore... lascia davvero il segno. È qualcosa di mostruoso, almeno per chi mentre corre si deve trascinare appresso tanta zavorra. La partenza alle tre di pomeriggio: tutti verso Fiesole, è già salita. Ed ecco, pochi minuti dopo lo start, un runner disteso a terra, col naso insanguinato. Calura? Pressione? Chissà. L’unica impressione che ricavavo era che il buongiorno si vede dal mattino...
Poi, i tratti del percorso ben noti. Era il mio terzo tentativo: il primo nel 2024, 66 km; poi 77 nel 2025, e ora la grande scommessa. In effetti sapevo bene quali errori avessi commesso e che non potevo permettermi di ripeterli. Ma anzitutto, andava affrontato con la massima attenzione il Passo della Colla di Casaglia. Le prime due volte mi aveva letteralmente prostrato. Stavolta non mi sono concesso alcun affaticamento gratuito, vi sono arrivato con estrema cautela, senza mai guardare l’orologio. Poi, giunto lassù, avevo paura di scendere. Infatti sapevo bene che mancava ancora oltre la metà del percorso, che purtroppo il tempo limite per me lo era in tutti i sensi, ovvero che avrei dovuto fare seriamente i conti con la chiusura dei cancelli: al traguardo bisognava arrivare entro le venti ore, ma soprattutto gli 80 andavano corsi entro le 16, i 60 entro le 12, e così via a scalare. Sembra facile a dirsi, ma non lo è affatto. È solo fatica, sudore, per fortuna non particolare dolore, se si scelgono le scarpe giuste, e in quello ero stato consigliato dal mitico Giorgio, che me le aveva consegnate con le sue stesse mani. Non poco...
Cosa ricordo di quel traguardo montano? Le volte precedenti avevo notato che, una volta in cima, sulla sinistra, subito prima dello striscione, c’era un bar. E cosa ho fatto? Sono andato a prendere un caffè! Era come un premio, per aver concluso quel salitone infinito. Un euro e venti centesimi, strabenedetti. Però non riuscivo a uscire, sapevo cosa mi attendesse dopo. Sulla porta due tizi, privi di pettorale. Uno dei due gigantesco, l’altro con la barba fin sotto gli occhi, scavati. Ho espresso loro il mio timore di proseguire, e il secondo ha urlato: “Ma scherzi? Noi veniamo da Milano! Io ne ho già corse quattordici, quest’anno sono qui solo per fare una passeggiata, senza neanche entrare in classifica. Facci vedere che numero hai, e se solo ti permetti di esitare veniamo a cercarti noi, promesso!”. Ecco, dovevo solo riprendere, non c’era alternativa. Oggi non posso che ringraziarli, in quel momento sono loro che mi hanno aperto gli occhi.
La paura era quella di dover restare sveglio tutta la notte, negandomi anche un solo istante di riposo. Chissà, infatti, se mai me lo fossi concesso, a che ora mi sarei risvegliato? E sarei ripartito? Dunque ho preteso da me quello che prima credevo inavvicinabile, concedendomi brevi soste solo per i ristori: eh sì, quelli ci vogliono, vanno onorati senza esitazioni. Non avrei mai potuto ripetere l’errore dell’anno precedente, quando avevo giudicato facoltativa la sosta tra il settantesimo e il settantacinquesimo, come se si trattasse di qualcosa di superfluo. Invece sono tutte necessarie, il corpo ci si abitua e non può disidratarsi. Inoltre io non mi porto mai appresso riserve idriche, fermo restando che comunque per le ultramaratone occorrono le risorse dell’equipaggiamento notturno, come il faretto, la maglietta termica, i guanti e chi più ne ha più ne metta, compatibilmente con gli spazi concessi dallo zaino.
So che molti che leggeranno troveranno poco utile quanto vengo a rappresentare, ma io non potrei mai rientrare nel canoni tecnici di un quadro semiprofessionista o presunto tale. Sono un istintivo primordiale, cerco di perseguire quella spontaneità che solo la naturalezza riesce a garantire. Tutto ciò collide con una preparazione atletica seria e articolata, per cui non posso che limitarmi a offrire una testimonianza genuina, nulla più. In ciò mi fa piacere volgere il pensiero ad altri due calorosi appassionati del mondo del running, come Paolo e Roberto. Il loro tratto comune? Entrambi sono i papà di due mie ex alunne, le bravissime Martina e Claudia, rivoltesi rispettivamente allo studio dell’arte medica e dell’ingegneria, a sua volta biomedica. Ci siamo scritti per tutto il percorso. Li aggiornavo con dovizia di particolari, compatibilmente con le energie residue; in particolare Paolo, intenditore dei luoghi, essendo originario proprio di quelle parti. Quando gli ho mandato la foto del cartello di San Cassiano (Brisighella), ormai a più di tre quarti del percorso, mi ha subito risposto che sapeva benissimo dove mi trovassi. E non nascondo che così mi ha donato anche della preziosa linfa vitale, mi sono sentito meno solo.
Chilometro novantotto, ormai in pieno sole: sulla sinistra, uno stand minuscolo ma fantastico, con le ciliegie più buone che io abbia mai assaporato. Dolci, carnose, vermiglie, un toccasana: sputare quei nocciolini era come scandire con un ticchettio voluttuoso il countdown in vista del traguardo. Ma resto convinto di averne corso qualcuno in più, altro che cento... Infatti lo striscione dell’ultimo era ben oltre, non arrivava mai... e lì ho avuto un ulteriore, anzi l’ultimo, motivo di sollievo, ovvero l’apporto tanto imprevisto quanto generoso di un signore del posto, un tale Piero. Lui andava in bici e mi si è rivolto con grande ammirazione per lo sforzo che avevo sostenuto. Non nascondo che non avevo proprio la forza per intavolare una conversazione, ormai a pochi metri dalla fine di quella interminabile agonia, ma ho cercato comunque di essere collaborativo. Non nascondo neanche che lui si è comportato con grande umanità e galanteria, sottolineando il fatto che, dopo avermi distratto in un momento in cui mi aveva visto... distrutto, riteneva a quel punto opportuno farsi da parte, per concedermi di percorrere in solitaria gli ultimi metri, senz’altro i più anelati.
Quel traguardo... uno scroscio di applausi, non capivo se il battito di mani riuscisse a soverchiare quello del cuore, tanto ero preso da quegli istanti interminabili. Preso e proteso, fino all’ultimo metro: poi, più il nulla. Cercai di raccapezzarmi, di tornare sulla Terra. Mi resi conto che avevo trascurato Daniele, arrivato già da parecchie ore, lui sì autore di una gara eccezionale. Purtroppo ero molto più lento e pesante, mai avrei potuto neanche lontanamente pensare di avvicinarmi al suo tempo. Eppure lui mi aveva aspettato, generoso e superiore, come sa fare solo chi è padrone della situazione. Anche Silvia e Guido erano arrivati già da un bel po’: per la prima volta il Fight Club tagliava il traguardo al 100%, e da quel momento in poi anch’io avrei potuto conservare tra i miei trofei quella medaglia dal peso specifico così ingente, di un aureo bagliore senza prezzo, fatta tutta di fatica, e insieme fonte di autostima, autocoscienza, solidità interiore e sicurezza garantita per il resto della vita. 
Arduino Maiuri
21 giugno 2026